How To Make Saving The Planet Your Career

With the growing awareness of the environmental impact of all human activities, there is also a growing demand for professionals who can help companies and other organizations in minimizing or even reversing harm. Margherita Barbieri and Luigi Riccardo provide examples from their own careers in the sustainability sector

Within the project IMPROVE, Shapers from different Italian Hubs have collaborated on a book published by Talent Ventures under the title The Jobs of the Future: Why 65% of today’s kids will have jobs that don’t exist yet. We are delighted to share fragments written by Turin Shapers.

This article is currently only available in Italian, but we’re working on translating it to English. Stay tuned!


Capitolo 5: Uno sguardo al settore della sostenibilità

A cura di M.  Barbieri, M. A. Chiesa, M. Filmanovic, A. Porrelli, L. Riccardo, C. Visciotti

Ti sei mai chiesta o chiesto quanto consumassero gli antichi? Durante l’Età della Pietra (2,5 milioni di anni fa), i primi ominidi avevano un fabbisogno energetico medio giornaliero di  circa 4.000 calorie. Attenzione, il fabbisogno energetico non va confuso con quello alimentare. Infatti, oltre alle calorie necessarie per la nutrizione, bisogna tener conto di quelle necessarie per la preparazione dei primi utensili e abbigliamento, la manutenzione delle abitazioni, gli spostamenti e le migrazioni.

Oggi, un americano medio ha un fabbisogno energetico medio giornaliero di circa 228.000 calorie, vale a dire 57 volte il fabbisogno dell’uomo primitivo, per alimentare non solo il suo stomaco, ma anche la sua auto, il monopattino elettrico, il frigorifero, la connessione Wi-Fi, il tablet e la batteria dello smartphone per le sue Instagram stories.

La storia ci insegna che più l’umanità prospera e avanza nel tempo, più accresce il bisogno di nuova energia che possa soddisfare tecnologie innovative e stili di vita evoluti. Ma fino a quanto possiamo accrescere la domanda energetica? Esiste un limite? La comunità scientifica è d’accordo su questo: sì, un limite esiste. Fino a quando l’intero sistema produttivo sarà basato sull’utilizzo indiscriminato di risorse naturali esauribili, allora quel limite sarà rappresentato dal Capitale Naturale del Pianeta, vale a dire dalla quantità globale di risorse naturali. Quando le riserve di petrolio finiranno, dovremo esser pronti a produrre energia da fonti alternative. Quando la quantità di suolo fertile scarseggerà, dovremo essere capaci di coltivare senza terra. Quando le riserve di Litio e Antimonio saranno esaurite, dovremo avere un piano B per produrre le batterie dei nostri cellulari.

Tuttavia, i produttori di energia e combustibili non sembrano tuttavia preoccuparsene molto al momento. Basti pensare che negli ultimi 60 anni l’innalzamento delle temperature globali è avvenuto in concomitanza con l’incremento delle attività produttive e di trasporto, basate ampiamente sui combustibili fossili, i quali rilasciando potenti gas serra riscaldando il pianeta. La crescita globale è stata sino ad ora dipendente da questi combustibili, permettendo alle aziende di petrolio e carbone di beneficiarne diventando colossi mondiali energetici. Per capirlo, bisogna guardare alla capitalizzazione finanziaria delle grandi società petrolifere che è cresciuta in maniera vertiginosa dalla fine degli anni 80 sino alla metà dello scorso decennio. Così come la loro carbon footprint, impronta emissiva, a livello globale. Questo è stato possibile grazie a miliardi di dollari in investimenti finanziari e interventi statali che hanno permesso un’espansione delle loro attività, contribuendo ad un’accelerazione del riscaldamento climatico. Infatti, è stato identificato che le 100 società che contribuiscono in maniera ricorrente alle emissioni atmosferiche globali hanno contribuito al 71% delle emissioni globali dal 1988 al 2015. Nello stesso periodo, dal 1988 al 2019, si è registrato un aumento della temperatura terrestre da +0.4°C a +0.95°C rispetto ai livelli preindustriali, portando ad un’accelerazione mai vista in soli trent’anni. Gli scienziati ci indicano che ci restano soltanto due decenni a disposizione per raggiungere gli obiettivi prestabiliti nell’accordo di Parigi, un accordo mondiale per mantenere la temperatura globale al di sotto idealmente del +1.5°C rispetto ai livelli preindustriali. Se questa soglia non verrà rispettata, assisteremo a gravissime conseguenze sull’ambiente, e rilevanti perdite socioeconomiche causate dai potenziali disastri naturali.

Un concetto molto interessante, che facilmente rappresenta gli effetti del modello di sfruttamento attuale di tutte le risorse del pianeta è quello dell’Earth Overshoot Day (EOD) o giorno del debito terrestre. L’EOD indica il giorno dell’anno in cui l’umanità arriva ad aver preso dalla Terra più risorse naturali di quante il Pianeta stesso riesce a rigenerare in quell’anno. L’EOD di anno in anno va sempre più indietro, il che significa che se non fermiamo questo andamento di consumo intensivo, tra qualche decina d’anni arriveremo a non aver il tempo di iniziare il nuovo anno che saremo già in debito con il nostro Pianeta.

Quando cade l’Earth Overshoot Day (EOD)?

Giusto per avere un’idea, l’EOD del 2019 era il 29 luglio. Vale a dire che dal 30 luglio 2019 in poi l’umanità ha iniziato a consumare più risorse naturali di quanto il Pianeta sia stato in grado di rigenerare nel 2019. Le ultime stime, infatti, ci dicono che consumiamo risorse pari a 1,75 pianeti – il che è assurdo, in quanto tutti sappiamo di avere solo 1 Pianeta Terra.

Ogni anno l’EOD si avvicina sempre più. Negli anni ’70 era intorno alla fine di dicembre, negli anni ’80 ad ottobre, nei ’90 a fine settembre e negli anni 2000 ad agosto. Questo accade perché, purtroppo, il nostro è un sistema produttivo lineare, basato sul concetto “estrai-produci-consuma-getta”. Le materie prime vengono estratte dalle miniere terrestri, per poi essere trasformate in componenti e prodotti finiti. I prodotti a loro volta, dopo esser stati utili per un periodo di vita limitato, vengono smaltiti in discarica e inceneriti o in minima parte riciclati. In sintesi, il modello produttivo non è pensato per restituire al Pianeta quanto abbiamo preso.

La nostra è un’economia poco furba e insostenibile sul lungo periodo, perché basata sul debito: l’offerta di risorse naturali proveniente dalla Terra non è in grado di soddisfare la nostra domanda. Quando le risorse naturali saranno esaurite, gli uomini e le donne che abiteranno la Terra dovranno molto probabilmente migrare su un altro corpo celeste, lanciandosi in un ambizioso e coraggioso programma coloniale spaziale – stile Interstellar.

Per non parlare poi degli effetti legati alla massiccia produzione di rifiuti e inquinamento generati dal modello lineare. Secondo recenti studi, si stima ad esempio che nel 2050 arriveremo ad avere più plastica che pesci negli oceani. Oppure, ancora, nel 2015 si è stimato che il numero globale di morti dovuti all’inquinamento atmosferico fosse di 8,8 milioni di persone (soprattutto a causa di patologie polmonari e cardiovascolari causate dalle polveri sottili).

In un mondo che prevede di ospitare 9 miliardi di persone tra trent’anni, con una domanda di risorse naturali più che raddoppiata, risulta quindi urgente adottare nuovi modelli economico-industriali, sostenibili e capaci di rigenerare il Capitale Naturale del Pianeta, anziché consumarlo. La posta in gioco è seria: si tratta della sopravvivenza del genere umano sull’unico Pianeta che abbiamo a disposizione, chiamato Terra.

Il modello di crescita economica, che ha caratterizzato gli ultimi 150 anni di storia, si definisce “Economia Lineare”: un’economia industriale, di mercato, basata sull’estrazione di materie prime sempre nuove, sul consumo di massa e sulla produzione di scarto una volta raggiunta la fine della vita del prodotto. La limitatezza delle risorse naturali, gli impatti ambientali e la gestione sempre più problematica dei rifiuti, necessita di un cambiamento sistemico, una rivoluzione sostenibile, che ridefinisca i processi produttivi e i servizi, re-immetta le risorse nel ciclo, generando opportunità economiche e benefici per l’ambiente e la società.

Nel 2015, 193 Paesi si sono riuniti a New York per tracciare i nuovi obiettivi di sviluppo per i successivi 15 anni. I lavori si sono conclusi con l’approvazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e i relativi 17 Sustainable Development Goals o SDGs (in italiano Obiettivi di Sviluppo Sostenibile). Inoltre, nello stesso anno, 195 paesi si sono riuniti a Parigi per la Conferenza Mondiale sul Clima (COP21) e hanno adottato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima.

Le aziende si trovano oggi in una posizione unica per affrontare le questioni globali e gli obiettivi fissati non saranno raggiungibili senza l’impegno del settore privato. I governi, la società civile, i dipendenti e i consumatori sono alla ricerca di prove che dimostrino che le aziende e il capitale privato si stanno impegnando a costruire un’economia più sostenibile e inclusiva, che soddisfi le esigenze fondamentali di tutti. Non si tratta solamente di una sfida sociale, ma anche di un’innovativa opportunità di business (si stima che il business legato alle iniziative necessarie per raggiungere i Sustainable Development Goals valga circa 12 trilioni di dollari). Le aziende, infatti, non devono scegliere tra il rendimento totale degli azionisti e il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile: investire in uno può integrare il successo dell’altro.

Come già si accennava nel capitolo precedente, nel mondo di oggi e soprattutto nell’immediato futuro, non sarà più sufficiente che le aziende vedano il loro impegno sociale attraverso la tradizionale lente della responsabilità sociale d’impresa (corporate social responsibility – CSR) o della filantropia aziendale: le imprese sono chiamate a fare di più.

È stato creato un nuovo concetto per descrivere questo nuovo sforzo: Total Societal Impact (TSI) o impatto sociale totale. L’impatto sociale totale è un insieme di misure e indicatori che valutano gli effetti economici, sociali e ambientali (positivi e negativi) che un’azienda ha sulla società. L’impatto, quindi, va oltre le iniziative della responsabilità sociale d’impresa, della sostenibilità e della charity aziendale, per includere anche l’impatto dei suoi prodotti, dei suoi servizi e dei processi. L’obiettivo del TSI è mobilitare tutti gli assets, le risorse e il capitale umano di un’impresa per creare innovazioni aziendali che forniscano soluzioni complete e sistemiche alle più grandi sfide globali. In definitiva, l’impatto sociale deve diventare una componente centrale delle strategie aziendali.
I consumatori, i dipendenti e gli investitori si preoccupano e lo faranno sempre di più, dell’impatto sociale delle aziende. Un numero crescente di ricerche internazionali indica che alcuni segmenti di consumatori abbandonano i brand sulla base della loro sostenibilità, vera o percepita. Ma qual è la differenza tra la responsabilità sociale d’impresa (CSR) e l’impatto sociale totale (TSI)?

Rispetto alla CSR, il TSI rappresenta un impegno fondamentale, più ampio e intrinseco all’azienda, in termini di sostenibilità. Nell’ambito della responsabilità sociale d’impresa, l’impatto sociale e gli obiettivi dell’azienda sono perseguiti separatamente. Secondo il concetto del TSI, invece, il perseguimento dell’impatto sociale è parte integrante della strategia aziendale e della creazione di valore. Questa una ridefinizione sociale delle aziende dovrebbe portare benefici a lungo termine ma comporta anche sfide significative, e ci dobbiamo inoltre aspettare una crescita di posti di lavoro nel settore del business sostenibile. Ad esempio, nei prossimi anni, il settore della consulenza aziendale vedrà una crescita di posti di lavoro negli ambiti legati alla sostenibilità, le aziende amplieranno e innoveranno i loro dipartimenti per la sostenibilità e settori di ricerca e sviluppo, il marketing e persino la gestione delle risorse umane saranno sempre più permeati dai principi di sostenibilità e della responsabilità sociale. Le organizzazioni diventeranno più flessibili e trasparenti, con particolare attenzione alle relazioni basate sui progetti di sostenibilità aziendale. La direzione aziendale diventerà più orizzontale e condivisa man mano che una maggiore collaborazione sociale interna ed esterna spezzerà il modello gerarchico tradizionale.
Questo processo però potrebbe generare anche degli aspetti negativi. Una preoccupazione crescente, infatti, è legata alla diffusione di effetti negativi nel mercato del lavoro come conseguenza della diffusione di tecnologie e pratiche organizzative rispettose dell’ambiente: esempi sono una più rapida obsolescenza delle competenze dei lavoratori e una rapida accelerazione della domanda di competenze che, se scarse, porterebbero portare a delle lacune.

Negli ultimi anni, tra i tanti modelli proposti di economia sostenibile, uno su tutti spicca maggiormente: si tratta della cosiddetta Economia Circolare. L’economia circolare non è un’idea totalmente nuova. In due parole, può essere definita come il modello economico alternativo, capace di sostenere l’umanità sul lungo periodo; un modello più resiliente, più competitivo e di per sé rigenerativo per il Pianeta. Già a fine anni ‘60 i ricercatori scientifici proponevano sistemi industriali circolari, progettati per far rientrare flussi di materia ed energia nelle fonti d’estrazione originarie. Il tema era legato alla sostenibilità (ambientale) della presenza dell’uomo sul Pianeta, prerequisito obbligatorio per assicurare un’ambiente sano e ricco di risorse anche per le generazioni future. Solo recentemente è emerso un aspetto più legato a modelli di business e al mondo delle aziende, facendo innalzare l’attenzione sul tema da parte di governi, istituzioni e investitori, che vedono nella Circular Economy un mezzo per raggiungere gran parte dei Sustainable Development Goals, senza perdere profitto e competitività classiche del capitalismo moderno.

Essendo un tema alla frontiera dell’innovazione, tante sono le definizioni di economia circolare emerse negli ultimi anni. Una definizione largamente accettata è: “l’economia circolare rappresenta il nuovo paradigma di creazione del valore, che mira a slegare lo sviluppo delle imprese e dei territori dal consumo di risorse naturali esauribili”. In altre parole, l’economia circolare è dunque un sistema economico pianificato per riutilizzare i materiali in successivi cicli produttivi, riducendo così al massimo gli sprechi. Numerosi sono i modelli e le tecnologie che permettono di raggiungere questo obiettivo. Sostenuta dalla transizione verso l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili, l’economia circolare si basa fondamentalmente sulla ri-progettazione dei prodotti, sullo sviluppo di nuovi modelli di business legati ad esempio alla vendita di prodotti come se fossero servizi (es. il car sharing o Netflix) e sull’utilizzo di scarti come risorse per l’approvvigionamento.

Tre sono i principi alla base del modello:

  1. Eliminare il concetto di rifiuto e i fattori d’inquinamento, già a partire dalla fase di progettazione. Vale a dire utilizzare il design per progettare prodotti e servizi che non danneggiano la salute umana e l’ambiente. Pensiamoci un attimo: i rifiuti e l’inquinamento non sono casuali, ma sono logica conseguenza delle decisioni adottate in fase di progettazione; quale materiale scelgo? Quanto dovrà durare il mio prodotto? Come alimento la macchina che dovrà produrne i componenti? Cosa succede se il prodotto ha necessità di essere riparato? etc… I rifiuti devono quindi essere visti come un difetto di progettazione, qualcosa di “innaturale” – difatti, in Natura il concetto di scarto non esiste, nulla è rifiuto ma tutto si trasforma e rientra all’interno di un ciclo biologico ben definito. Un esempio nel mondo del business? L’azienda italiana Orange Fiber produce tessuto per il mondo dell’abbigliamento a partire dagli scarti della lavorazione delle arance. In questo modo recupera una risorsa che sarebbe finita in discarica, utilizzandola per sostituire i tessuti sintetici estremamente difficili da riciclare.
  2. Mantenere i prodotti e i materiali “in uso”. I prodotti e i materiali a fine vita devono essere reinseriti nel sistema economico e devono quindi essere facilmente disassemblati, riparati e riutilizzati. Un esempio? La famosa azienda elettronica Philips ha progettato un servizio di illuminazione per grandi strutture, come aeroporti o stabilimenti produttivi, che garantisce eccellenti prestazioni in termini di tempo, attività e livello di illuminazione. La caratteristica “circolare” è che Philips mantiene la proprietà delle luci ed è responsabile della loro manutenzione, riparazione, riutilizzo e riciclaggio. In quest’ottica, l’azienda cliente acquista da Philips il servizio illuminazione, non le lampadine, pagando una commissione mensile come fosse un abbonamento. Il servizio erogato consente di pagare esclusivamente per la luce utilizzata e per il consumatore c’è un potenziale di risparmio grazie alla riduzione dei costi di manutenzione.
  3. Rigenerare i sistemi naturali. L’economia circolare produce energia con fonti rinnovabili e incoraggia l’uso di risorse rigenerabili come i biomateriali, restituendo così sostanze nutritive preziose per il suolo. Sappiamo che l’agricoltura tradizionale impoverisce il suolo dei suoi nutrienti costitutivi; ci sono risorse chiave, come il fosforo, che oltre a essere esauribili non hanno un’alternativa sintetica. Ostara Nutrient Recovery Technologies, una società con sede a Vancouver, ha sviluppato ad esempio una tecnologia che, incorporata negli impianti di trattamento, consente il recupero del fosforo e di altri nutrienti dai flussi di acque reflue industriali e municipali; il prodotto, realizzato con risorse che altrimenti verrebbero sprecate, può essere commercializzato, venduto e distribuito agli agricoltori come fertilizzante per il suolo, generando così ricavi aggiuntivi per l’azienda.

Le aziende non sono le uniche interessate ai modelli di economia circolare. Anche il mondo delle istituzioni e la finanza ne sono sempre più attratti e da qualche anno lavorano intensamente per promuoverne una rapida adozione da parte di tutti.

La Commissione Europea ha ipotizzato di impegnare €1.000 miliardi di investimenti nell’arco 2020-2030, e già da alcuni anni crede fortemente nelle potenzialità dell’economia circolare quale modello di sviluppo positivo per la società e per l’ambiente. La Commissione Europea ha infatti stabilito misure ambiziose, che rendono l’Europa leader mondiale di riferimento soprattutto sul piano legislativo. Inoltre, a inizio 2020, è stato annunciato che la BEI (la Banca Europea per gli Investimenti) diventerà la prima banca del clima, dedicando dal 2025 il 50% dei propri finanziamenti all’azione per il clima e alla sostenibilità ambientale.

L’economia circolare ha quindi il potenziale per trasformare l’intera economia mondiale; la mancata realizzazione di tale trasformazione renderà irrealizzabili gli obiettivi climatici indicati dalle Nazioni Unite. In realtà, è necessario chiarire che un’economia solo “più sostenibile”, basata su una maggiore produzione di energia da fonti rinnovabili, non permetterà di rispettare l’Accordo di Parigi sul clima. Secondo l’IPPC, per limitare il surriscaldamento globale a +1,5°C rispetto all’era preindustriale e rimanere al di sotto della soglia dei +2°C è necessario un taglio delle emissioni di anidride carbonica del 45% entro il 2030, per poi arrivare a zero emissioni a metà secolo.

In base all’ultima ricerca della Ellen MacArthur Foundation (EMF), “How the Circular Economy tackles Climate Change”, il passaggio alle rinnovabili potrebbe garantire una riduzione delle emissioni di gas serra del 55%; tuttavia anche la gestione della materia ha un ruolo chiave nella lotta ai cambiamenti climatici e l’economia circolare permette di tagliare il rimanente 45% delle emissioni.

Gli sforzi per affrontare la crisi climatica si sono concentrati sulla transizione verso le fonti rinnovabili, integrata dall’efficienza energetica; l’economia circolare permette di completare il quadro e di attivare il processo di rimanente decarbonizzazione dell’economia (vale a dire la fine dello sfruttamento di fonti fossili esauribili). Vista l’enorme attenzione, da parte del mondo delle aziende e delle istituzioni, negli ultimi anni si stanno affermando in tutti i settori sempre più competenze distintive e nuovi mestieri legati alla transizione verso un modello economico circolare. Sono richieste abilità di “pensiero sistemico” (ogni processo non è a sé stante, ma è connesso con altri processi economici, sociali e ambientali) e conoscenza profonda del modello e dei suoi principi, assieme a skills tecniche nel mondo dell’ingegneria, della chimica, delle scienze dei materiali, del design e della comunicazione.

In sintesi, possiamo infatti affermare che sta nascendo un nuovo tipo di professioni legate all’Economia Circolare e alle imprese sostenibili. L’ambizione principale dell’Economia Circolare, che come abbiamo detto vuole includere e far evolvere le buone pratiche di sostenibilità tradizionale, rilancia e promuove un nuovo modo di pensare in maniera sistemica, cercando di rigenerare il capitale naturale del Pianeta per assicurarne disponibilità alle generazioni future.

Le nuove professioni dell’economia circolare e della sostenibilità

Abbiamo detto che stanno nascendo moltissime nuove opportunità di lavoro legate alla sostenibilità ambientale ed in particolare all’Economia Circolare… ma di cosa si tratta? In realtà non possiamo dire che ci sarà un’unica professione legata alla sostenibilità, appare invece più corretto dire che nasceranno diverse professioni con differenti ruoli, tutte però orientate a conseguire l’obiettivo di uno sviluppo sostenibile. Si prevede che l’Economia Circolare creerà più di 4.6 milioni di posizioni lavorative all’interno dell’Unione Europea entro il 2030.

Quindi diverse categorie di lavori, da quelli più tecnici (relativi ad esempio al già trattato settore energetico eolico, solare e al settore della gestione delle acque) a quelli più tipicamente aziendali, come gli esperti in sviluppo di prodotti innovativi, di progettazione e di studio del sistema produttivo aziendale, di ricerca di soluzioni che mirino ad una maggiore efficienza e minor consumo di risorse e alla diffusione della cultura legata a questo nuovo paradigma economico e così via. Una possibile suddivisione, non esaustiva, degli ambiti di attività in cui saranno richiesti professionisti della Circular Economy è:

  • Materiali ed energia – tutte quelle professioni ingegneristiche, chimiche e di design del prodotto (es. molti architetti si sono re-inventati e sono oggi grandi esperti di Economia Circolare), che hanno come obiettivo l’utilizzo di materiali riutilizzabili o provenienti da matrice riciclata, che possano in definitiva rientrare in un ciclo di utilizzo senza diventare scarti o rifiuti;
  • Processi – tutti i ruoli connessi al business management, all’ingegneria industriale / gestionale, alla logistica e all’informatica, che mirano alla progettazione di processi a ciclo chiuso (senza la perdita di preziose risorse) oppure in connessione con cicli di altre aziende (in questo caso si parla di esperti in “simbiosi industriale”);
  • Finanza – manager e consulenti che progettano finanziamenti dedicati, fondi d’investimento, programmi di finanza di filiera, assicurazioni e tutti quegli strumenti finanziari che abilitano modelli di economia circolare;
  • Comunicazione / Formazione – include ogni professione legata alla diffusione dei principi e dei modelli circolari: organizzazione eventi, formazione nelle scuole e nelle aziende, marketing specializzato e strategie di comunicazione verso consumatori sempre più interessati all’acquisto di prodotti sostenibili;
  • Politiche – tutte quelle professioni legate allo sviluppo e implementazione di politiche che incentivano l’adozione di modelli circolari. Scienze sociali e scienze politiche, relazioni internazionali ma anche filosofia e antropologia, che danno la possibilità di lavorare in grandi istituzioni sovranazionali (es. Commissione Europea, Nazioni Unite) per accelerare il raggiungimento di un equilibrio sostenibile tra economia, società e ambiente.

Il range di figure professionali ricercate è dunque enormemente variegato. Facciamo ora alcuni esempi concreti di professioni legate alla sostenibilità e all’Economia Circolare:

  • Gli ecologisti, gli scienziati e ingegneri ambientali che lavorano per costruire di un mondo sostenibile, sia dal punto di vista ambientale che sociale ed economico, attraverso il risparmio e la valorizzazione delle risorse naturali, materie prime e seconde, acqua ed energia. Spesso, sono responsabili dei sistemi di trattamento delle acque pubbliche ed industriali, come anche di condurre studi sulla gestione degli sprechi e offrire suggerimenti per sviluppare nuove regolamentazioni;
  • Gli esperti di diritto ambientale che sono attivi e lavorano su un corpo di leggi che promuova l’economia circolare e che protegga l’ambiente e le risorse più colpite o danneggiate dalle attività umane, dei quali abbiamo già parlato;
  • Figure istituzionali e politiche, nonché esperti di policy che decidono sulle condizioni e l’andamento dell’economia circolare a livello regionale, nazionale o internazionale. Queste figure potrebbero agire come catalizzatore, sostenitore, educatore e mediatore per promuovere l’ampio uso dell’Economia Circolare e lo Sviluppo Sostenibile a livello globale;
  • Manager ed esperti aziendali di economia circolare, solitamente appartenenti ai team di CSR, che traghettano le aziende da un modello produttivo lineare a uno circolare, ottimizzando le risorse, riconvertendo i processi produttivi e ricostruendo l’intera rete di fornitori e collaboratori; • Progettisti ed esperti di design sostenibile che si occupano non solo di capire come riutilizzare materiali di scarto e ottimizzare le forme degli oggetti di nuova produzione per diminuire gli scarti, ma anche per ripensare le nostre giornate in ottica sostenibile proponendo nuove e funzionali soluzioni, ad esempio, per le case e per gli arredi. Tutto quello che ci circonda ha bisogno di essere ripensato per adattarsi all’economia circolare;
  • Gli specialisti di finanza circolare, per investire in imprese che operano all’interno dell’Economia Circolare accelerandone la transizione, di loro se ne parlerà più approfonditamente nel prossimo paragrafo.
  • Come fare per sviluppare le competenze richieste nel settore della sostenibilità e dell’economia circolare? I ruoli nell’ambito di questo nuovo settore come abbiamo visto sono molteplici e ci potranno essere molteplici percorsi di studio per raggiungerli.

Fortunatamente sono sempre più numerosi i percorsi universitari interdisciplinari in economia, business, ingegneria o relazioni internazionali e scienze politiche, con focus su sostenibilità ed economia circolare. Una buona idea è frequentare poi un Master con un focus specifico sulla sostenibilità, come ad esempio i programmi incentrati su Sustainability Management o Business Strategy & Sustainability, ne esistono diversi, sia a tempo pieno che online. Inoltre, è consigliabile specializzarsi in uno specifico settore industriale di interesse come ad esempio quello delle automobili, del metalmeccanico, dell’energia, il settore agro-alimentare o la moda, oppure sviluppare delle competenze specifiche per lavorare all’interno istituzioni internazionali come le Nazioni Unite o la Commissione Europea. A questo proposito, esperienze di stage presso imprese in Italia o all’esterno, enti nazionali specializzati sulla materia o organizzazioni internazionali sono fondamentali al fine di formare le competenze necessarie per il mondo del lavoro, arricchendo in questo modo l’esperienza universitaria. Infine, se si ha l’opportunità, è importante partecipare a conferenze, summer schools e convegni sul tema, sia nazionali che internazionali.

L’apprendimento e la formazione continua sono poi fondamentali per lo sviluppo della propria carriera anche nell’ambito della sostenibilità. La conoscenza, l’istruzione e l’atteggiamento dell’apprendimento permanente diventeranno più cruciali che mai. L’istruzione viene identificata come il principale strumento per prepararsi per i prossimi due decenni di lavoro. Sviluppando costantemente nuove competenze e accumulando esperienze in diversi settori, si sarà più preparati ad adattare la propria carriera per soddisfare i ruoli professionali che questo settore riserverà nel futuro.

Essendo i settori professionali più promettenti molto variegati, tra le altre competenze necessarie per lavorare nel settore della sostenibilità si rende necessaria una forte passione per la sostenibilità, intelligenza e maturità emotiva, creatività, ma anche “Adaptive thinking” ovvero la capacità di rispondere a circostanze impreviste con soluzioni e risposte concrete ed empatia e capacità di lavorare in gruppo e comunicare immaginazione, creatività. Infine, è molto importante sottolineare che in questo settore è importante un approccio transdisciplinare, poiché molti dei problemi inerenti l’economia circolare sono troppo complessi per essere risolti da una sola disciplina specializzata, ma occorre padroneggiare uno sguardo d’insieme.

La finanza sostenibile

Se il modello dell’economia circolare diventa sempre più imprescindibile per il nostro Pianeta, allo stesso modo anche le modalità di “reperimento dei capitali” devono trovare nuove vie innovative per facilitare gli investimenti di Paesi e aziende nell’implementazione di nuove tecnologie per l’economia circolare.

La cosiddetta sustainable finance (in italiano finanza sostenibile) è un trend che nel corso degli ultimi anni ha assunto una rilevanza maggiore grazie al crescente coinvolgimento di grandi investitori a livello mondiale. Si tratta di attori finanziari che cercano opportunità di investimento in imprese o fondi, pensati con lo scopo di creare valore sia per l’investitore, sotto forma di ritorno economico, che per la società nel complesso, attraverso una strategia di investimento orientata al medio-lungo termine, ed incentrata su un’agenda di inclusive growth (crescita inclusiva) e/o di climate wealth (benessere climatico).

Abbiamo già parlato di quelli che sono gli impatti ambientali e di quanto possono essere gravi sul futuro del nostro pianeta, e forse ci possiamo chiedere perché i grandi investitori hanno deciso di interessarsi a tali tematiche proprio ora e non prima. La risposta è in realtà abbastanza semplice: se fino a qualche anno fa non erano immediatamente percepibili gli effetti dei danni ambientali, oggi si iniziano a vedere chiaramente… e spesso questi effetti causano danni economici non di poco conto. Facciamo un esempio per chiarire il concetto: gli incendi forestali provocati dall’innalzamento delle temperature verificatisi in California nel 2018, lo stato più ricco e fertile degli Stati Uniti. Questi incidenti portarono all’evacuazione di centinaia di migliaia di persone, blackout per milioni di persone, distruzioni di case ed altri edifici per un totale stimato di 25,4 miliardi di dollari di danni assicurativi. Nello stesso anno, il fornitore di elettricità dello stato, PG&E, dichiarò bancarotta citando danni per 30 miliardi di dollari a causa degli incendi devastanti subiti proprio nel 2018. I media ufficializzarono PG&E come la prima società a fallire… proprio a causa del riscaldamento globale. Il fatto che i danni climatici possono causare gigantesche perdite economiche non è sfuggito ai grandi investitori del mondo: ad esempio, gigante fondo di investimento americano BlackRock dichiarò per la prima volta in una lettera indirizzata a tutti gli amministratori delegati di aziende quotate che “climate risk is investment risk” (il “rischio climatico è un rischio di investimento”). Nello stesso anno, la Norvegia, il paese con uno dei fondi sovrani di investimenti più grandi al mondo, decise di dare il via ad un piano di 5,4 miliardi di euro di disinvestimenti in società minori nel settore degli idrocarburi. Il paese le ha reputate troppo rischiose sia a livello finanziario che ambientale da tenere in nel suo portafoglio di investimenti.

Cos’è un fondo di investimento?

Senza entrare nei tecnicismi della finanza, i fondi di investimento e le banche di investimento sono società finanziarie che si occupano di investire il denaro per conto di altre società. Banche e fondi di investimento possono essere quindi visti come dei grandi gestori del denaro. Banche di investimento e fondi di investimento non fanno altro che raccogliere il denaro di altre banche, aziende, persone molto facoltose e persino enti pubblici e impiegarlo in investimenti di qualsiasi natura (come, ad esempio, sui mercati finanziari).

Per avere un’idea di quanto colossali possano essere queste società (perlopiù sconosciute ai non addetti ai lavori), il fondo americano BlackRock gestiva nel 2017 un patrimonio di quasi 5 mila miliardi di dollari (!): nel 2014 gli investimenti di BlackRock in Italia ammontavano a circa 58 miliardi Euro.

Esistono poi dei particolari fondi di investimento pubblici che gestiscono il patrimonio di enti pubblici (come ad esempio tutte le pensioni versate dai cittadini di uno stato): è il caso ad esempio del Fondo Sovrano della Norvegia, il più grande del mondo, che investe il denaro che tutti i contribuenti norvegesi versano per avere in futuro la pensione.

L’esclusione di titoli o disinvestimenti, come nel caso della Norvegia, è una strategia spesso vista come un primo passo da parte degli investitori per allineare i loro investimenti ai loro ideali morali. Questa è in realtà una tendenza che parte fin dal 2013 da un cambiamento di mentalità all’interno di comunità di investitori, soprattutto tra quelli europei, i quali iniziarono ad adottare strategie di esclusione su titoli di aziende ad alto inquinamento di combustibili fossili, dando inizio a quello che fu chiamato il “fossil-fuel divestment movement”. Nonostante ciò, questa strategia di esclusione o disinvestimento viene spesso criticata perché non permette di influenzare cambiamenti più fondamentali nei comitati delle grandi aziende. È proprio per questo motivo, che la Climate Action 100+, un gruppo di oltre 450 investitori globali con quote in aziende nel settore idrocarburi, ha apertamente sfidato le 100 società più inquinanti, le fatidiche “carbon majors”, affinché allineassero la loro strategia con gli obbiettivi dell’accordo di Parigi attraverso un metodo chiamato corporate engagement, ovvero di attivismo finanziario. Il gruppo ha spinto società come Total e British Petroleum ad iniziare un processo di riconversione e diversificazione attraverso investimenti in energie rinnovabili. Ciò ci fa sperare che questo sia solo il primo passo verso una transizione energetica sostenibile. Se queste aziende volessero continuare ad essere rilevanti in futuro, dovrebbero rinvestire i loro profitti in ricerca e sviluppo, grazie anche ad aiuti governativi, concentrandosi su nuove tecnologie verdi rinnovabili o nuove tecnologie che permettano di catturare e sottrarre il carbonio fossile dall’atmosfera. A tutto ciò si aggiunge il fatto che investitori pubblici e privati stanno facendo pressione sugli istituti finanziari purché ci sia più trasparenza sulla categorizzazione environmental, social e governance (ESG), e di relativi indicatori, che valutano titoli azionari sulla gestione delle tematiche ambientali, sociali e di buon governo.

L’insieme degli investimenti gestiti attraverso questi tipi di strategie, ricadono sotto la categoria della “finanza sostenibile”, e si sono quasi triplicati dal 2012 sino ad arrivare a 30,7 trilioni di dollari nel 2018. Nonostante il numero sembri alto, in realtà rimane uno sforzo marginale comparato all’ammontare di investimenti finanziari gestiti a livello globale. I gruppi finanziari si stanno impegnando nella creazione strumenti innovativi che abbiano un fine sostenibile ed anche sulla misurazione dell’impatto, con la speranza che ci sia un aumento nell’adozione dei tali, ed anche democratizzandone l’accesso ai risparmiatori medio-piccoli.

La finanza sostenibile potrà diventare così una nuova filiera, collocata ma metà tra un sistema pubblico e la finanza tradizionale, così contribuendo ad un vero cambio di paradigma. La finanza viene spesso vista agli occhi del pubblico come una forma di grandi intrecci collusivi tra potere e azienda, di azzardi morali, e inadeguata a tutelare una distribuzione di profitti equa. Questa realtà però appartiene al passato: i leader di istituti finanziari stanno ripensando il ruolo di quest’ultima di fronte all’urgenza climatica. Allo stesso tempo, il sistema pubblico, che viene ad oggi chiamato a svolgere un ruolo di regia per la risoluzione di tensioni socio economiche, appare sempre meno in grado di gestirle.

La sfida più importante per la finanza sostenibile oggi è sicuramente quella che riguarda la misurazione e la standardizzazione dell’impatto. Nonostante gli sforzi a riguardo, attraverso iniziative come quella del Global Impact Investing Network o del’Impact Measurement Project, la misurazione dell’impatto rimane difficile da standardizzare a causa della sua natura spesso soggettiva. Inoltre, lo sviluppo di queste metriche richiede studi costosi di controllo e monitoraggio, che possano confermarne gli effetti positivi sociali e ambientali nel tempo. Rimangono poi quesiti sulla questione di additionality (addizionalità): come possono alcuni progetti su scala nazionale contribuire in maniera diretta al raggiungimento di obbiettivi globali prefissati? Un’altra sfida è quella degli incentivi economici: come possono le carbon majors investire nella propria transizione energetica, se farlo andrebbe a discapito della loro redditività nel breve termine? Possono investitori supportare questa transizione anche se significa scommettere su tecnologie ancora emergenti e considerare rischiose? E come possono i governi definire regolamentazioni per accelerarne questa transizione se ciò può risultare in licenziamenti in settori ad alto impiego?

La finanza sostenibile, come strumento, può dare alcune risposte a questi quesiti, tuttavia è necessaria un’azione coordinata tra finanza, governi ed aziende al fine di definire le aree strategiche su cui è necessario investire per incanalarci verso il futuro sostenibile nei prossimi due decenni. La finanza, operando in maniera indipendente, rischia di mantenere strutture di compensazione orientate sul breve termine, e così facendo rischia di deresponsabilizzarsi del raggiungimento dell’impatto necessario sul medio-lungo termine. Ne vale per il suo e il nostro futuro.

Food innovation: cibo al servizio della sostenibilità ambientale

In poco più di trent’anni, gli abitanti della Terra arriveranno ad essere 9.8 miliardi e le richieste alimentari per soddisfare una popolazione così numerosa aumenteranno drasticamente non solo in termini quantitativi ma anche in termini di qualità nutrizionale. Appare chiaro, dunque, quanto l’innovazione dei sistemi globali di produzione alimentare e di nutrizione sia necessaria al fine di incrementare la sostenibilità della dieta, evitando di superare la capacità produttiva del pianeta.

La produzione e il consumo di cibo dipendono da risorse naturali come acqua, terra, nutrienti e dagli elementi dell’ecosistema come biodiversità e clima. La pressione produttiva in agricoltura, dovuta ad una domanda elevata e in continua crescita, è tra i più importanti drivers dell’impatto ambientale, che si traduce nella perdita di biodiversità, nel graduale cambiamento climatico e desertificazione dei suoli. Nonostante la perdita esponenziale di risorse, dovuta ad una richiesta alimentare che il pianeta non può sostenere, ogni anno nel mondo vengono gettate fino a 1.3 miliardi di tonnellate di cibo. Solo in Europa si parla di 89 milioni di tonnellate di sprechi alimentari provenienti da qualsiasi fase della filiera, dalla produzione, al raccolto, al consumo domestico e alla ristorazione. L’azione collettiva richiesta dal Parlamento Europeo, punta a dimezzare lo spreco alimentare entro il 2025, obiettivo che è tra le priorità nella Roadmap to a resource efficient Europe, mentre garantire sufficiente cibo per tutti, una maggiore produttività con minor impatto ambientale e stili di vita sostenibili, sono tra i 17 obiettivi sanciti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite relativamente all’Agenda 2030. Tuttavia, la transizione verso un modo di alimentarsi sostenibile è un processo complesso e soprattutto non deve lasciare nessuno indietro. Orientare le aziende agroalimentari verso un modello economico sostenibile è infatti un obiettivo che richiede la formazione di un certo numero di studenti con competenze e conoscenze di tipo economico, tecnologico e scientifico, ossia di figure professionali che siano in grado di gestire le diverse fasi del processo produttivo, adottando soluzioni innovative. Ma molte piccole realtà imprenditoriali ignorano la possibilità di innovarsi pur avendo un elevato potenziale di innovazione.

Quando si parla dunque di food innovation, si parla di innovazioni che riguardano tutta la filiera produttiva from farm to fork (dalla fattoria alla forchetta) e soprattutto di un settore strategico che mette insieme molte discipline: l’elettronica, l’informatica, le biotecnologie, il packaging, le nanotecnologie, il marketing. Questo perché le sfide che l’uomo deve affrontare sono complesse ed urgenti e richiedono figure professionali, seppur specializzate, in grado di combinare competenze trasversali per sviluppare soluzioni innovative e scalabili. Andiamo quindi ad identificare alcune delle figure professionali protagoniste nel futuro dell’innovazione alimentare.

Tra le sfide per un’alimentazione sostenibile vi è sicuramente riuscire a riconvertire scarti agroalimentari, in nuovi prodotti ad elevato valore aggiunto. Per perseguire questi obiettivi, svolge un ruolo chiave la figura del biotecnologo, una figura che spesso opera all’ interno delle aree R&D delle aziende, le quali ogni anno, solo in Italia, investono in queste applicazioni circa 2,3 miliardi di euro. Altrettanto interessante è il crescente numero di startup in ambito biotecnologico che solo tra il 2017 e il 2019 sono state più di 50. Si colloca nel settore di applicazione agroalimentare “Packtin”, startup dell’università di Bologna che produce packaging alimentari biodegradabili, utilizzando sottoprodotti della filiera agroalimentare. Le pellicole da imballaggio prodotte, inoltre, sono arricchite in composti antimicrobici e antiossidanti che migliorano la conservazione degli alimenti e riducono gli sprechi, generando così un sistema circolare. Ovviamente la messa a punto di soluzioni di packaging innovativo, magari biodegradabile e bioattivo, necessita di conoscenze e competenze specifiche, acquisite mediante corsi di studio ad hoc come quelli STEM. Gli addetti biotech in Italia sono 13 mila con un tasso di occupazione del 79,5% nel settore agro-industriale.

Nella food innovation, sarà indispensabile anche il contributo della tecnologia che, integrata con altre discipline, consenta di realizzare soluzioni per un’agricoltura più intelligente e sostenibile. L’utilizzo di sensori, strumenti tecnologici e droni in campo, permette di intervenire sulle colture in maniera mirata, sfruttando i dati raccolti dai dispositivi ed evitando così sprechi e una maggiore produttività. Questo tipo di approccio prende il nome di “agricoltura di precisione” e, insieme ad altri metodi di nuova generazione, ha un valore di mercato di quasi 450 milioni di euro. L’Internet of Things, ad esempio, porterà alla scomparsa di professioni con un basso profilo di competenze e ne richiederà di nuove con skills tecnologiche più specifiche. Inoltre, la rivoluzione digitale riguarderà anche la tracciabilità alimentare e il controllo della filiera produttiva.

Sul panorama italiano, si fa ad esempio largo la startup “Wenda”, piattaforma nata dal lavoro di squadra tra giovani innovatori ed esperti dei sistemi agro industriali, che rende possibile il monitoraggio continuo della catena del freddo per un acquisto e un consumo degli alimenti senza rischi. Wenda aiuta gli attori della distribuzione alimentare a gestire i dati della tracciabilità attraverso tecnologie di ultima generazione quali Big Data Analytics e Internet of Things, fornendo informazioni, statistiche e analisi che contribuiscono ad avere una catena alimentare più sicura e trasparente.

Infine, un’altra area di innovazione nell’ambito food riguarda la formulazione di nuovi alimenti con il minor impatto ambientale possibile, e costituisce anche un nuovo settore di impiego professionale. Le opportunità nate in questo ambito sono innumerevoli ed ognuna di esse meriterebbe un approfondimento per l’innovatività dimostrata nella produzione di cibi che, pur mantenendo l’aspetto di quelli tradizionali, presentano una formulazione molto più sostenibile e un valore nutrizionale elevato. La rivoluzione alimentare in questo senso riguarda soprattutto la riduzione del consumo di carne, sostituendo questo alimento con ingredienti plant-based che, tuttavia, riescono a mantenere sapore, consistenza ed aspetto della carne. Le aziende pioniere in ciò che oggi vengono chiamati “plant-based burger”, come ad esempio le due startup americane Beyond Meat e Impossible Food. La cosa interessante di questi prodotti è quello di essere concepiti non solo per i vegani ma anche per i consumatori a cui la carne piace. La missione di queste realtà imprenditoriali è, dunque, sensibilizzare all’acquisto e al consumo di prodotti alimentari più sostenibili, avvicinando alla causa anche chi è distante dalle tematiche ambientali. Tutto ciò è possibile attraverso un grande lavoro di ingegneria alimentare, che diventa sempre di più una competenza dei tecnologi alimentari. La formazione di queste figure professionali non riguarda più solamente i tradizionali processi produttivi, ma si amplia verso produzioni innovative come quella dei meat analogues completamente a base di legumi o la produzione di farine da fonti alternative, e neanche troppo futuristiche, come gli insetti.
Per lavorare nel settore della food innovation non esiste, anche in questo caso, un percorso predefinito. L’ideale sarebbe formarsi in discipline specifiche come le scienze dell’alimentazione o la biologia o la chimica, per poi scegliere in quale ambito specifico delle innovazioni che attraversano la catena della food innovation specializzarsi. L’agroalimentare è uno dei settori fondamentali dell’economia italiana e per questo la food innovation è una grande opportunità per farsi strada in nuovi campi applicativi e nuovi mercati.

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